lunedì 18 marzo 2013

India ed Italia : i livelli di responsabilità non sono tutti sullo stesso piano e non hanno quindi le stesse priorità


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Ci risiamo con la tecnica dei rinvii : la Corte suprema indiana ha rimandato al prossimo 2 aprile l'udienza per decidere sul caso dei marò e ha esteso , per volontà di Altamas Kabir capo della Corte suprema , fino a quella data il divieto di lasciare l'India per l'ambasciatore italiano Daniele Mancini fregandosi della norma internazionale contenuta nell'art. 29 della convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche che stabilisce che i diplomatici non possono essere soggetti ad alcuna forma di arresto e detenzione. In pratica è stata tolta arbitrariamente l'immunità diplomatica al nostro ambasciatore che di norma prevede  per l'intero periodo di mandato nel paee sospitante ,l'inviolabilità personale (particolari misure protettive e divieto di procedere con fermi, arresti o perquisizioni), l'inviolabilità domiciliare , l'esenzione dalle imposte dirette personali e l'immunità dalla giurisdizione sia civile che penale. Le norme sull'immunità diplomatica sono fra le più antiche norme internazionali e sono affermate da consuetudini generali, praticate cioè da tutti i membri della comunità internazionale. E' incomprensibile quindi la decisione presa dalla Corte Suprema indiana che motiva questo atteggiamento poiché l’ambasciatore non avrebbe tenuto fede all’impegno di fare tornare sul territorio indiano i due marò italiani rientrati in patria con una licenza provvisoria per ottemperare al diritto di voto. La motivazione può essere anche giusta dal punto di vista etico-morale ma debbono essere rispettati prima di tutto i vincoli internazionali che legano la società delle nazioni di tutto il mondo. Questo ha la priorità se non vogliamo tornare in un periodo di barbarie. 

Permettetemi così di finire con una battuta che spero sia ulteriormente esplicativa del mio pensiero : “ a chi ruba la marmellata non si può sparare con un cannone !”

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